"Insinuare qualche scrupolo come un sassolino nella scarpa".
"Vedete, noi siamo qui , Probabilmente allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva. Noi qui siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà.Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.
Mosaico dei giorni I mandarini e le olive non cadono dal cielo 4 febbraio 2010 - Tonio Dell'Olio
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. (...) Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. (...) Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie... prelevati, qualcuno è sparito per sempre. Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. (...) Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. (...) Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste: • domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motivi umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. • Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.
L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma
Le poesie esposte nella mostra “La Shoah e la Memoria”, composte nel lager durante la prigionia o successivamente da sopravvissuti e da parenti di internati, sono tratte dal volume The Auschwitz Poems pubblicato dal Museo Statale di Auschwitz-Birkenau nel 1999. I testi sono stati tradotti per la prima volta in italiano, su licenza del museo polacco, da Marilinda Rocca (curatrice, insieme al Prof. Adam A. Zych, della versione italiana di questa antologia poetica, di prossima pubblicazione)
NOTTE SU BIRKENAU
Un’altra notte. Torvo, il cielo si chiude ancora sul silenzio mortale volteggiando come un avvoltoio. Simile ad una bestia acquattata, la luna cala sul campo — pallida come un cadavere.
E come uno scudo abbandonato nella battaglia, il blu Orione — fra le stelle perduto. I trasporti ringhiano nell’oscurità e fiammeggiano gli occhi del crematorio.
È umido, soffocante. Il sonno è una tomba. Il mio respiro è un rantolo in gola. Questo piede di piombo che m’opprime il petto è il silenzio di tre milioni di morti.
Notte, notte senza fine. Nessuna alba. I miei occhi sono avvelenati dal sonno. La nebbia cala su Birkenau, come il giudizio divino sul cadavere della terra.
Tadeusz Borowski, KL Auschwitz
INFERNO
La Divina Commedia sarebbe un’opera di grande sensazione se Dante, invece che all’Inferno, fosse stato nei campi di concentramento.
Halina Szuman, Auschwitz, 1944
LE ARPE DI BIRKENAU frammento
[…] Le ruote s’affrettano lungo la rotta spingendo la vittoria del crimine: trasportano, trasportano la gente al gas, la gente al crematorio, la gente alla pira cosparsa di benzina. Il fumo fluttua, denso e immondo… Qui, uomini bruciano altri uomini.
E sui pali luminosi brillano i fili tesi. Queste sono le arpe di Brzezinka, le arpe di Birkenau.
Zofia Grochowalska-Abramowicz, Birkenau, 1944
VITA SCIUPATA
Vita sciupata Che infamia Che i giorni scorrano senza alcun senso Che anziché il riso — io conosca soltanto lacrime
Sono avvilita, sono angosciata Per aver perduto ogni speranza da così tanto tempo
Come accettare la grettezza umana? Come pensare alla morte — quando il mondo mi sta chiamando! Non ho ancora vent’anni Sono giovane! Giovane, GIOVANE!
Vita sciupata, che infamia…
Halina Nelken, Auschwitz, 1944
LETTERA ALLA MADRE frammento
[…] Fili elettrici, alti e doppi, non ti lasceranno mai più rivedere tua figlia, Mamma. Non credere alle mie lettere censurate, ben diversa è la verità; ma non piangere, Mamma.
E se vuoi seguire le tracce di tua figlia non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta: cerca le ceneri nei campi di Auschwitz, le troverai lì. Ma non piangere — qui c’è già troppa amarezza.
E se vuoi scoprire le tracce di tua figlia cerca le ceneri nei campi di Birkenau: saranno lì — Cerca, cerca le ceneri nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.
Cerca le ceneri, Mamma — io sarò lì!
Monika Dombke, Birkenau, 1943
L’APPELLO DEL MATTINO
Il sole sorge sul campo di Auschwitz, Splendente di un bagliore roseo Stiamo tutti in fila, giovani e vecchi, Mentre nel cielo scompaiono le stelle.
Ogni mattino stiamo qui per l’appello Ogni giorno, con la pioggia o con il sole Sui nostri volti sono dipinti Dolore, disperazione, tormento.
Forse proprio ora, in queste ore grigie, A casa mia piange un bambino Forse mia madre sta pensando a me… La potrò mai rivedere?
In questo momento è bello sognare ad occhi aperti, Forse proprio ora il mio innamorato mi pensa Ma — Dio non voglia — se Andassero a prendere anche lui?
Come su uno schermo argentato L’azione continua splendida Poco lontano arriva qualcuno In una limousine nuova e brillante.
Scendono con lentezza e con grazia, Le “Aufseherinnen” (1) indossano abiti blu. Ci trasformiamo immediatamente in pilastri di sale, Numeri, nullità inanimate.
Ci contano con arroganza sprezzante Loro — la razza più nobile Sono i tedeschi, la nuova avanguardia Che conta la marmaglia a strisce, senza volto.
All’improvviso, come per una scossa elettrica, rabbrividiamo Al pensiero che simile a un razzo ci balena in testa Costei deve essere anche una moglie o una madre Una donna… E anche io sono una donna…
La pellicola sensazionale si svolge lentamente “Achtung!” Sistemare la fila! Questo è un momento davvero speciale, Si avvicina il “Lagerkommandant”.
È possibile che il mondo sia tanto pericoloso? Un fischio e, in un attimo, il silenzio Fra di noi pronunciamo una preghiera quieta Ma c’è qualcuno che ci può sentire?
Il sole è di nuovo alto nel cielo, Brillanti e rosei sono i suoi raggi. O Dio caro, Ti chiediamo Arriveranno giorni migliori?
Krystyna Zywulska, settembre 1943
(1) Sorveglianti.
CENERI
Un giorno torneremo a casa o forse no, chi lo sa?
Un giorno penseremo che tutto è stato un sogno orrendo, tutto quel che è accaduto laggiù, in quella Auschwitz dove il camino sputa fumo di continuo… di continuo
Vedi la colonna di fumo e l’enorme bagliore? ‘C’è un fuoco?’, domandi Ma non lo sai? Stanno bruciando migliaia, milioni di corpi umani!
Gente arrivata qui in grossi gruppi, apparentemente ad un porto sicuro dopo un viaggio lungo e stancante, qui dove c’è acqua per dissetarsi e per lavarsi. Ma c’è anche il gas… ‘Gas?’, domandi Ma non lo sai?
È il gas che soffoca asfissia strangola La gente non può dire parola del dolore che prova Viene subito ridotta al silenzio e in un attimo solo una colonna di fumo mostrerà che qui è stata, che qui è vissuta e perita, lasciando soltanto … CENERI!…
Autore ignoto, KL Birkenau
IL SONDERKOMMANDO
Il Sonderkommando quei prigionieri noti come la Squadra della Morte
non faceva che strascinarsi appresso la morte
riordinando e rimpacchettando le sue parti
spingevano le folle in branco nelle docce
le tiravano fuori gassate
le innaffiavano per toglier via gli escrementi
agganciavano i corpi scivolosi con cinghie attorno ai polsi
e li stipavano
dentro ai montacarichi
che salivano ai forni.
Lily Brett
LA GARANZIA
Nel Sonderkommando
ti erano garantiti
tre mesi di lavoro
latte pane lenzuola pulite
cioccolata dolciumi cognac
e tre mesi di vita.
Lily Brett
VEDUTA AEREA DI UNA SCENA INDUSTRIALE
C’è un treno sulla rampa, scarica gente che cade dai vagoni ed incespica verso il portone. Le ombre dell’edificio si inclinano sul campo, dietro ogni ombra una più lunga e da quell’ombra sguscia un’ombra di fumo nero come terra appena arata. Oltre il portone, un piccolo giardino e qualcuno inginocchiato. Sta forse tastando le gialle fioriture per vedere quali hanno attecchito e quali avvizziranno, avvinghiate a un pomodoro verde che cresce. La gente fa resistenza ma è spinta a forza verso il portone aperto, e quando entrerà vedrà il giardino e qualcuno, egli stesso giardiniere, anelerà a buttarsi in ginocchio, per districare rampicanti, strappare erbacce, rinfrescarsi le mani nella terra umida. Moriranno presto, questione di minuti. Anche dalla nostra altezza, vediamo sulla fotografia l’ombra dell’aereo che, scura e immensa, si stampa su Birkenau, con un’ala nera che ombreggia il giardino. Non possiamo dire quali sono le guardie e quali i prigionieri. Siamo osservatori. Ma se avessimo delle bombe, le lanceremmo.
Andrew Hudgins
RUDOLF HÖSS
Cultivez votre jardin! — ripeteva il comandante di Auschwitz a imitazione di Voltaire.
E perché no? … Ma se il suo giardino si trovava in prossimità dei quattro crematori dove ogni giorno bruciavano migliaia di cadaveri.
Julius Balbin
CIOCCOLATA VERA
La pratica dello stupro di gruppo di prigioniere da parte dei soldati era un fatto comune nei campi... – recluso anonimo di Auschwitz –
Mi attirarono fuori dalla baracca con promesse di cioccolata e parole come ”Schätzchen”, ma le altre donne sapevano, e, ancor prima di udire i rumori là fuori, mi chiamarono puttana dei soldati. Anch’io sapevo, ma la fame ha un modo tutto suo di cambiarti, e di farti scordar chi sei. Buffo, come vi possa essere speranza nella disperazione.
Gettarono la cioccolata per terra e risero: ”Da friß.” La desideravo da impazzire, ma il sapore fu di fango. ”Dreh dich rum, Judenschwein.” Vidi enormi stivali neri, paia e paia, e il terreno così fangoso da far sprofondare il mio corpo. Tirai su il mio abito da prigioniera ed allargai le gambe. Erano così leggere e s’aprirono così facilmente che ringraziai Dio, sapevo che non avrei resistito. Questo corpo non è più mio, questa fame; finalmente, non c’è più motivo di lottare.
Mi chiedo ora se il loro desiderio di me fosse una brama di morte: fottere una donna calva ch’era soltanto pelle e ossa, la cui unica salvezza era una tazza di zuppa acquosa per cena, una fetta di pane raffermo, e forse, se i soldati l’avessero di nuovo voluta, questa volta, un pezzo di cioccolata vera.
Stewart J. Florsheim
IL VIOLINISTA DI AUSCHWITZ
A Jack-Yaacov Strumsa – superstite di Salonicco
Ogni mattino anche quando per caso non c’è stato nessun incubo quando non mi son destato in un sudore freddo, quando non mi sono alzato nello spavento, nel terrore delle SS. Proprio ogni mattino.
Mi domando dove andrò oggi? Mi vesto, bevo il tè, avvio l’auto e parto ? per dove?
Il motore ronza sommesso i luoghi scorrono via veloci il viale, i semafori la strada s’inerpica, su per la collina, il cancello aperto. Ogni mattino Yad Va’Shem ? il Memoriale dell’Olocausto.
Lo stesso borbottio le stesse voci le stesse note la stessa musica la marcia la piccola città in fiamme. La musica guida la mia auto, mi trascina come una calamita come un cavo come la catena di un argano a Yad Va’Shem.
La Tenda della Memoria il Lume Perpetuo candele la Sala dei Nomi foto, occhi, denti, dentiere d’oro, capelli umani. Qui stanno le camere a gas, i forni, i crematori e gli ebrei in informi abiti a strisce che spostano corpi. Donne nude che cercano invano di celare la loro vergogna sul ciglio della fossa comune. Mancano soltanto il fetore, il fumo e la musica.
Cosa significano il rumore, la cadenza dei passi “Links, sinistra, sinistra…!” La frusta, gli spari, “Il lavoro rende liberi” sull’arco sopra il cancello. E tutt’intorno mura, cani, e filo spinato; elenchi di nomi e di numeri e c’è una mano ? Yad, mani. Nella parata, chi viene, chi va da dove, per dove?
Là io suonavo il violino, fui selezionato per l’orchestra che ogni giorno accompagnava, con la musica, gli ebrei spinti nelle camere a gas sull’orlo dell’abisso ? al luogo da cui nessuno fa ritorno, nessuno torna indietro è soltanto rimosso, cadavere per gli inceneritori.
Non v’è più bisogno di correre nessun motivo di terrore ma quella melodia echeggia ancora nella mia testa.
E così arriverò qui, oggi ieri domani, davanti alla foto dei suonatori: un’orchestra che guida la processione infinita di quelli che camminano nella Valle dell’Ombra della Morte.
Sì, ora sono un nonno dai capelli bianchi; rimane ben poco di me ma i miei tratti somigliano ancora, un po’, al violinista, a me, là sulla foto di Auschwitz.
E può accadere che un visitatore di Yad Va’Shem mi osservi, fissi la parete, e resti sorpreso. Come se vedesse qualcuno al di là di uno spartiacque ? un’apparizione che, per lui, appartiene all’altro mondo; che, per me, è quel mondo che fu.
Mattino dopo mattino giorno dopo giorno arriverò qui, con quella musica che mi perseguita, a quelle immagini sulla parete a quel fetore nelle narici che solo io posso avvertire.
Questo è il mio luogo, gli appartengo. Non sono una “statua vivente”: son vivo. Di questo monumento sono una parte. Questo Yad Va’Shem ? Mano e Nome ? e corpo: il mio.
Moshé Liba
DA AUSCHWITZ
Che porte enormi e pesanti! Un odore strano, tenace Fievole ma persistente… Un disinfettante potente. ‘Restate attorno al punto della doccia.’ Aspetta l’acqua. Non pensare alla folla. Non notano la tua umiliazione. Non distinguono la tua testa rasata da tutto il resto!
Mio Dio!… Stanno chiudendo quelle maledette enormi porte! Perché?… Non può essere! No, fra un minuto arriverà l’acqua. Non piangere, sii soltanto paziente, Presto sarà tutto finito.
C’è un rumore — lassù. Stanno sollevando una grata. Tutti gli occhi osservano, sorpresi. Nessun suono. Che cosa sono quei cristalli?… Disinfettante secco. Zolfo!!?
Gas! Gas! Gas! Panico! Le urla, l’annaspare Strattoni e mischia. Il terrore totale del rendersi conto.
Minuti eterni ad arrampicarsi e azzuffarsi. Dimenticate le famiglie. Istinto di conservazione. Carne su carne — che afferra e strappa. Gas, urla, morte… silenzio.
Elizabeth Wyse
LA VALLE DELLE OSSA SECCHE
In ricordo del mio amato zio Eugenio, dello zio Jacob e di sua moglie Ilona, dello zio Ernesto e di sua moglie Ethel, della zia Rachele, e di tutti i miei familiari uccisi dai nazisti ad Auschwitz
Nella valle delle ossa secche Non vi sono tombe, non vi sono lapidi — I resti pietrificati Di vittime innocenti della persecuzione Coperti da macchie di sangue Sono disseminati ovunque, Incutendo orrore e sgomento Sul terreno argilloso. Fui testimone della loro ingiusta esecuzione — Vennero portati a forza Nelle camere di sterminio, Presi a calci e picchiati da pugni crudeli — Avevano numeri tatuati sui polsi E lo Scudo di David sui petti — Andarono incontro alla morte Pronunciando la preghiera sacra Con l’ultimo respiro: “ASCOLTA ISRAELE, IL SIGNORE È NOSTRO DIO IL SIGNORE È UNO —” Martiri coraggiosi della stirpe ebraica, Membri della mia famiglia, Compagni di prigionia, Son passati tanti anni Da quando ve ne siete andati — Ma io ricordo ancora il vostro grido disperato:
“Decadranno i nostri corpi, Marcirà la nostra carne, Se sopravvivrai ad Auschwitz Non lasciare, per favore, che su di noi cada l’oblio!”
La mia vita fu risparmiata Per l’intervento di Dio, Conosco lo scopo di quella protezione celeste: Far ritorno con il ricordo Della vostra sofferenza e del vostro dolore, Far sì che non siate morti invano, Esaudire il vostro ultimo desiderio, Non lasciar mai perire i vostri spiriti coraggiosi —
Magda Herzenberger
QUEL CHE È RIMASTO
Quando il resto del mondo
si ridestò
scoprì
in quel che era rimasto
del Canada
le sei baracche
che non erano state incendiate
38.000 paia di scarpe da uomo 13.964 tappeti e 836.255 abiti da donna.
Lily Brett
“MUSEO” DI AUSCHWITZ
Capelli morti che un tempo abbellirono il capo di giovani donne ed ora giacciono dietro vetro trasparente.
Scarpe vecchie che calzarono i loro piedi e li condussero qui.
E vecchi occhiali, denti finti, alcune stampelle, e qualche protesi.
Michael Etkind
AUSCHWITZ
considerare ogni parola su gli oggetti
su gli occhiali su le scarpe su i capelli tagliati
su le brune valigie con i nomi
immagini di dolore documenti d’orrore
le scatole ammassate di Zyklon B
le bambole rotte nella vetrina
le lunghe file nella latrina
i ferrigni attrezzi nel crematorio
considerare ogni parola su la realtà
ad Auschwitz sbocciano rose rosse
e il cielo è blu
Peter Paul Wiplinger
LA VISITA, AUSCHWITZ 1971
Il Dottor Bronowski in piedi negli acquitrini. È tornato in Polonia e si accovaccia sulle scarpe pesanti, raccoglie del fango e lo versa da mano a mano. Qui, dice il Dottor Bronowski, con lo sguardo che concentra la luce, stanno le ceneri di quattro milioni di persone. Osserviamo la melma fina dei nostri genitori scivolare fra le sue mani.
Ci parla camminando nell’acqua. L’umidità gli sale nelle scarpe. Nel centro viscido il cielo è diventato i suoi occhi, la pellicola dello stagno gli si avviluppa contro, abbracciandogli la carne.
Lisa Ress
ANNIVERSARIO, 9 SETTEMBRE
Questo è il giorno in cui iniziò la tua agonia. Non riesco a richiamarlo alla mente Ma non posso dimenticarlo.
Dopo Auschwitz, disse Adorno, Nessuno dovrebbe scrivere poesia. Che cosa è la poesia? Dopo Auschwitz?
Io scrivo, tuttavia. Altri scrivono. In che altro modo potremmo Uscirne fuori?
Perché dentro, vince l’oscurità. Oscurità. Luce mattutina. Il tuo risveglio Colmo di speranza, oggi, cinquant’anni fa.
La frontiera innanzi a te: salvezza, libertà. L’eccitazione, l’esaltazione. Il sole che splende soavemente
Poi all’improvviso l’intoppo: gli arresti, Le retate. Ansia, agitazione, terrore, mani che forse si torcono, mani che ricordo
La mente non può mettere ordine… Le parole vengono meno… Ma io continuo a balbettare.
Hilda Schiff
AUTUNNO 1975
Da quando papà è morto Osservo i tuoi passi minuscoli Sul fragile spazio della vita.
Vento sferzante — Ottobre come un corvo Sul tuo volto stanco.
Lo so, non posso Chiederti un sorriso Nei tuoi occhi il pozzo del tempo Gorgoglia, l’eco mai s’acquieta.
Mi salvasti la vita ad Auschwitz Ora, scoveremo piccole scintille Che brillano sul mare di ceneri.
Non temere le foglie secche Resisti, Madre mia, Resisti!
Adam Szyper
CONTINUO A DIMENTICARE
continuo a dimenticare i fatti e le statistiche ed ogni volta ho bisogno di saperli
cerco nei libri questi libri occupano venti scaffali nella mia stanza
so dove andare per confermare il fatto che nel Ghetto di Varsavia c’erano 7,2 persone per stanza
e che a Lodz destinavano 5,8 persone ad ogni stanza
dimentico continuamente che un terzo di Varsavia era ebreo
e che nel ghetto stiparono 500.000 ebrei nel 2,4 per cento dell’area della città
e quanti corpi bruciavano ad Auschwitz all’apice della produzione
ventimila al giorno devo controllare e ricontrollare
ed ho sognato che il 19 gennaio alle 4 del pomeriggio 58.000 carcerati emaciati furono fatti marciare fuori da Auschwitz?
ricordavo bene che a Bergen-Belsen dal 4 al 13 aprile 1945 arrivarono 28.000 ebrei da altri campi?
ricordo centinaia e centinaia di numeri telefonici
numeri che non chiamo da vent’anni sono immediatamente disponibili
e ricordo le conversazioni delle persone e quel che la moglie di qualcuno ha detto al marito di qualcun’altra
che buona memoria hai mi dice la gente.
Lily Brett
ENIGMA
Da Bergen una cassa di denti d’oro, Da Dachau una montagna di scarpe, Da Auschwitz una lampada in pelle. Chi ha ucciso gli ebrei?
Non io, esclama la dattilografa, Non io, esclama l’ingegnere, Non io, esclama Adolf Eichmann, Non io, esclama Albert Speer.
Il mio amico Fritz Nova ha perduto il padre, un sottufficiale dovette scegliere. Il mio amico Lou Abrahms ha perduto il fratello. Chi ha ucciso gli ebrei?
David Nova ingoiò il gas, Hyman Abrahms fu picchiato e ucciso dalla fame. Certi firmavano le carte, e certuni stavano di guardia,
e certi li spingevano dentro, e certuni versavano i cristalli e certi spargevano le ceneri, e certuni lavavano le pareti,
e certi seminavano il grano, e certuni colavano l’acciaio, e certi sgomberavano i binari, e certuni allevavano il bestiame.
Certi sentirono l’odore del fumo, certuni ne udirono solo parlare. Erano tedeschi? Erano nazisti? Erano uomini? Chi ha ucciso gli ebrei?
Le stelle ricorderanno l’oro, il sole ricorderà le scarpe, la luna ricorderà la pelle. Ma chi ha ucciso gli ebrei?
Frank Serpico Nell'alta valle del fiume Hudson, dove l'acqua del fiume che bagnerà poi Manhattan è ancora limpida, vive da eremita il vecchio che fece crollare il "Blue Wall", il muro blu dell'omertà e della corruzione poliziesca a New York: Serpico. Nel cranio porta ancora i frammenti dei proiettili che gli furono esplosi in faccia. Nel cuore l'amarezza per essere stato dimenticato ed espulso dai "fratelli" in uniforme come un rifiuto tossico. Nel nome riassume la vergogna e lo scandalo che cambiò la polizia in blu e che fece di lui un libro venduto a tre milioni di copie, un'inchiesta ufficiale devastante e un film leggendario. Lo ha scovato, nella capanna di tronchi da pioniere che egli stesso si è costruito e dove vive con la sua "ragazza" come chiama la signora di cinquant'anni che gli fa compagnia, il New York Times, mezzo secolo dopo quel 1959 nel quale Frank Serpico divenne patrolman, piedipiatti, poliziotto di quartiere a Brooklyn. Frank, che da vecchio somiglia sempre più, nella barba un po' irsuta, nel volto stazzonato da 73 anni di vita dura, nella bandana che gli avvolge la testa ancora trafitta dal dolore dei frammenti di piombo, al personaggio che Al Pacino portò sullo schermo, non è, neppure nella quiete profonda dei boschi, un uomo in pace. Serpico è ancora in guerra col mondo, come era in guerra con i gangster, i pusher, i magnaccia, i mafiosi di Brooklyn, ma soprattutto con i suoi colleghi del "Nypd", il Dipartimento di Polizia, che di quei delinquenti erano al soldo. "Ho ancora incubi - racconta - ogni volta che schiudo una porta, vedo la canna della pistola che mi sparò in faccia". Vede, soprattutto, quello che accadde dopo, mentre lui cadeva sul pianerottolo della casa di Brooklyn dove era entrato per fermare lo scambio di 10 chili di eroina, con il volto coperto di sangue. Ricorda i colleghi in blu e in borghese, quelli come lui, i detective under cover che assistono alla sua probabile agonia senza invocare nei walkie-talkie e nelle autoradio il "Codice 10-13", "agente a terra colpito" che avrebbe richiamato le ambulanze. Rivede il vecchio immigrato clandestino, un messicano, che da un appartamento vicino chiamò i soccorsi, prima che un'autopattuglia finalmente lo buttasse sul sedile posteriore, portandolo a un ospedale. Frank Serpico, il "napoletano", il figlio di un italiano arrivato da Marigliano, oggi uno dei borghi satellite più inquinati di Napoli, doveva morire, perché tutti sapevano che aveva deciso di scuotere l'albero della cuccagna, i soldi che la polizia incassava dalla malavita. "Non so che cosa sia cambiato, forse qualcosa, forse niente", dice oggi, da lontano, nella solitudine della sua log cabin, della capanna di tronchi, "Paco", come lo avevano soprannominato, dove sta scrivendo le memoria "prima che sia troppo tardi". Allora, molto sembrò cambiare, e quella schioppettata in faccia che lui si prese entrando nel nido degli spacciatori nell'indifferenza soddisfatta dei colleghi, fece finalmente tremare il "Muro Blu". Fu insediata una commissione d'inchiesta guidata dal giudice Knapp che scoperchiò, per la prima volta, il pentolone. Dozzine di agenti, di detective, di ispettori, di dirigenti, furono arrestati o radiati, permettendo ad altri di dimettersi in silenzio, per salvare quello che restava della "faccia". La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti "on the take", come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i "grass eaters", quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i "meat eaters", i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle "famigghie", delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di "centinaia di milioni di dollari" ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori. Il figlio dell'immigrato napoletano che "non ci stava" fu celebrato fuori, ed esecrato dentro: "avevo spezzato l'omertà". Venne promosso a detective, decorato con una medaglia che oggi tiene buttata in un cassetto, salutato davanti alle telecamere dai tromboni del potere come un eroe. E poi, appena cinque anni dopo la grande "pokazuka", la sceneggiata del risanamento, allontanato. Scomparve. Emigrò in Europa, in Svizzera, quanto di più lontano dalla sua New York si potesse trovare, vivendo con la quota di diritti d'autore sul libro che Peter Mass aveva scritto su di lui e con lui, e sul film girato da Sidney Lumet con un sensazionale Al Pacino. Ma neppure la Svizzera fece di lui un mite borghese integrato. Quando si rassegnò a tornare in patria, tornò a New York, sì, ma nello Stato, nel nord selvatico. Riprese i panni dello hippie che usava da investigatore e l'irrequietezza del ribelle che era sempre stato, anche con il "badge", con il distintivo della polizia, e la sua famosa Browing 9mm, sotto gli stracci da vagabondo. E anche dalla solitudine silvana, non avrebbe mai smesso di dar fastidio. Oggi nel suo blog ringhioso, ieri con lettere ai giorni, avrebbe continuato a irritare quella polizia dove, da bambino italiano aveva sognato di entrare. "Forse sono meno corrotti, ma sono ancora più brutali e quindi ancora più fuori dalla legge che dovrebbero far rispettare", dice e ricorda Amadou Diallo, il ghaniano di 23 anni disarmato che quattro poliziotti del Bronx abbatterono nel 1999 sparandogli 41 colpi di pistola in corpo per "malinteso", uscendo tutti assolti. Non c'è pace per lui, neppure fra i larici e gli abeti del Nord, dove la compagna lo sorprende a seguire tracce di sangue nella neve, per raggiungere animali, cervi, orsi, procioni, martore e scoprire perché abbiano sanguinato. Un matto, un maniaco, come tutti coloro che si ostinano a credere alla giustizia.
Caldo. Mi piace il caldo, sono cresciuto nel caldo. Umido sì,però caldo, mare, cicale e belle donne...sorrisi d'estate. Sì mi piace questo caldo, passeggio con il mio amore e il mio bimbo, l'ultimo nato di tre , una ventata, si alza un po' di polvere uh uh...O no, sono sveglio di nuovo, è così bello sognare invece mi sono risvegliato, sporco, sudicio e sudato. Questa tenda è una camera a gas, l'odore degli altri è terrificante, mi chiedo se anche il mio da così fastidio a loro. Voglio uscire, attento a non svegliare nessuno mi dico, la scorsa volta è scoppiata una rissa, ho svegliato mio cugino e lui pensava che fosse stato un altro...in queste condizioni basta un non nulla. Poi c'è sempre qualche poliziotto, chissà che pensa quando agita il manganello e approfitta delle nostre donne. Ho fatto bene a lasciare la mia, nel nostro paese, con i miei figli, l'ultimo è così fragile,i dottori non sanno che ha ma si ammala sempre. Penso lui quando esco da questa tenda in punta di piedi, niente più olezzo acre, ossigeno, freddo, si ghiaccia...il freddo mi entra nelle ossa, non ce l'avrebbe fatta, lui è nato in un clima mite, qui di mite non è rimasto più nulla. La gente mi guarda sempre disgustata, vorrei gridarle che se avessi anch'io una casa sarei bello e pulito. Prima o poi ce la farò, forse, spero solo di non morire lontano da lei...domani mi aspettano in cantiere, per sfruttarmi di nuovo, come uno schiavo, mi danno una miseria, per fortuna c'è quel gurdiano, ha le stesse mie origini, a volte mi fa usare il bagno, e sento l'odore dell'acqua pulita...Non sarei dovuto venire qui in America penso, ma forse ce la farò, nel frattempo la luna mi guarda, fredda e distaccata, chissà che pensa di questa umanità stupida...
MERCOLEDI' 2 DICEMBRE ORE 20:30, SALONE DELLA MISERICORDIA, CAROVANA ANTIMAFIA!: NIENTE REGALLI ALLE MAFIE, I BENI CONFISCATI SONO COSA NOSTRA! SIETE TUTTI INVITATI!
“MALEDETTI VOI….!” Non posso usare altra espressione per coloro che hanno votato per la privatizzazione dell’acqua , che quella usata da Gesù nel Vangelo di Luca, nei confronti dei ricchi :” Maledetti voi ricchi….!” Maledetti coloro che hanno votato per la mercificazione dell’acqua . Noi continueremo a gridare che l’acqua è vita, l’acqua è sacra, l’acqua è diritto fondamentale umano. E’ la più clamorosa sconfitta della politica. E’ la stravittoria dei potentati economico-finanziari, delle lobby internazionali. E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni, degli affari, del business. A farne le spese è ‘sorella acqua’, oggi il bene più prezioso dell’umanità, che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’aumento demografico. Quella della privatizzazione dell’acqua è una scelta che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese( bollette del 30-40% in più, come minimo),ma soprattutto dagli impoveriti del mondo. Se oggi 50 milioni all’anno muoiono per fame e malattie connesse, domani 100 milioni moriranno di sete. Chi dei tre miliardi che vivono oggi con meno di due dollari al giorno, potrà pagarsi l’acqua? “ Noi siamo per la vita, per l’acqua che è vita, fonte di vita. E siamo sicuri che la loro è solo una vittoria di Pirro. Per questo chiediamo a tutti di trasformare questa ‘sconfitta’ in un rinnovato impegno per l’acqua, per la vita , per la democrazia. Siamo sicuri che questo voto parlamentare sarà un “boomerang” per chi l’ha votato. Il nostro è un appello prima di tutto ai cittadini, a ogni uomo e donna di buona volontà .Dobbiamo ripartire dal basso, dalla gente comune, dai Comuni. Per questo chiediamo: AI CITTADINI di -protestare contro il decreto Ronchi , inviando e -mail ai propri parlamentari; -creare gruppi in difesa dell’acqua localmente come a livello regionale; -costituirsi in cooperative per la gestione della propria acqua. AI COMUNI di -indire consigli comunali monotematici in difesa dell’acqua; -dichiarare l’acqua bene comune,’ privo di rilevanza economica’; -fare la scelta dell’AZIENDA PUBBLICA SPECIALE. LA NUOVA LEGGE NON IMPEDISCE CHE I COMUNI SCELGANO LA VIA DEL TOTALMENTE PUBBLICO, DELL’AZIENDA SPECIALE, DELLE COSIDETTE MUNICIPALIZZATE . AGLI ATO -ai 64 ATO( Ambiti territoriali ottimali), oggi affidati a Spa a totale capitale pubblico, di trasformarsi in Aziende Speciali, gestite con la partecipazione dei cittadini. ALLE REGIONI di -impugnare la costituzionalità della nuova legge come ha fatto la Regione Puglia; -varare leggi regionali sulla gestione pubblica dell’acqua. AI SINDACATI di -pronunciarsi sulla privatizzazione dell’acqua; -mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell’acqua. AI VESCOVI ITALIANI di -proclamare l’acqua un diritto fondamentale umano sulla scia della recente enciclica di Benedetto XVI, dove si parla dell’”accesso all’acqua come diritto universale di tutti gli esseri umani, senza distinzioni o discriminazioni”(27); -protestare come CEI (Conferenza Episcopale Italiana) contro il decreto Ronchi . ALLE COMUNITA’ CRISTIANE di -informare i propri fedeli sulla questione acqua; - organizzarsi in difesa dell’acqua. AI Partiti di - esprimere a chiare lettere la propria posizione sulla gestione dell’ acqua; -farsi promotori di una discussione parlamentare sulla Legge di iniziativa popolare contro la privatizzazione dell’acqua, firmata da oltre 400.000 cittadini. L’acqua è l’oro blu del XXI secolo. Insieme all’aria , l’acqua è il bene più prezioso dell’umanità. Vogliamo gridare oggi più che mai quello che abbiamo urlato in tante piazze e teatri di questo paese : “L’aria e l’acqua sono in assoluto i beni fondamentali ed indispensabili per la vita di tutti gli esseri viventi e ne diventano fin dalla nascita diritti naturali intoccabili- sono parole dell’arcivescovo emerito di Messina, G. Marra. L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere concesso di appropriarsene per trarne illecito profitto,e pertanto si chiede che rimanga gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubbliche , che hanno da sempre il dovere di garantirne la distribuzione al costo più basso possibile.”
Alex Zanotelli, missionario comboniano
Note: Chi vuole aderire alla Lettera di Zanotelli scriva un'email all'indirizzo: beni_comuni@libero.it con la scritta: "Aderisco".
Ringrazio per l'e-mail Ivana :-)
sabato 21 novembre 2009
Romeo And Juliet
Dire Straits
A lovestruck Romeo sings a streetsus serenade
Laying everybody low with me a lovesong that he made
Finds a convenient streetlight steps out of the shade
Says something like you and me babe how about it ?
Juliet says hey it's Romeo you nearly gimme a heart attack
He's underneath the window she's singing hey la my boyfriend's back
You shouldn't come around here singing up at people like that
Anyway what you gonna do about it ?
Juliet the dice were loaded from the start
And I bet and you exploded in my heart
And I forget the movie song
When you wanna realise it was just that the time was wrong Juliet ?
Come up on differents streets they both were streets of shame
Both dirty both mean yes and the dream was just the same
And I dreamed your dream for you and your dream is real
How can you look at me as if I was just another one of your deals ?
Where you can fall for chains of silver you can fall for chains of gold
You can fall for pretty strangers and the promises they hold
You promised me everything you promised me think and thin
Now you just says oh Romeo yeah you know I used to have a scene with him
Juliet when we made love you used to cry
You said I love you like the stars above I'll love you till I die
There's a place for us you know the movie song
When you gonna realise it was just that the time was wrong Juliet ?
I can't do the talk like they talk on TV
And I can't do a love song like the way it's meant to be
I can't do everything but I'd do anything for you
I can't do anything except be in love with you
And all I do is miss you and the way we used to be
All do is keep the beat and bad company
All I do is kiss you through the bars of a rhyme
Julie I'd do the stars with you any time
Juliet when we made love you used to cry
You said I love you like the stars above I'll love you till I die
There's a place for us you know the movie song
When you gonna realise it was just that the time was wrong Juliet ?
A lovestruck Romeo sings a streetsus serenade
Laying everybody low with me a lovesong that he made
Finds a convenient streetlight steps out of the shade
Says something like you and me babe how about it ?
Romeo E Giulietta
Un romeo pazzo d’amore canta una serenata dalla strada
Lasciando tutti tristi per la canzone d’amore che ha scritto
Trova la luce giusta nella strada
qualche passo fuori dall’ombra
dice qualcosa del tipo “tu ed io, piccola, che ne dici?”
Juliet dice “oh, sei Romeo, per poco non mi fai venire un infarto” lui è sotto la finestra
lei sta cantando “il mio ragazzo è tornato”
Non dovresti gironzolare qui
Cantando ad alta voce alle persone
In questo modo
Comunque che ci vuoi fare?
Juliet, i dadi sono stati truccati dall’inizio
Io ho scommesso e tu sei esplosa nel mio petto
E io dimentico, dimentico la canzone del film
Quando ti renderai conto che fu solo il momento ad essere sbagliato?
Arrivati da strade diverse
Furono entrambe strade di vergogna
entrambe sporche, entrambe meschine
e il sogno era lo stesso
ho sognato il tuo sogno per te
e adesso il sogno è realtà
Come puoi guardarmi se io sono stato solo un altro dei tuoi giochi?
Quando puoi incapricciarti di catene d’argento, puoi incapricciarti anche per catene d’oro
puoi innamorarti dei bei forestieri e delle promesse che hanno fatto
Mi hai promesso tutto
Mi hai promesso mari e monti
Adesso dici solo “ho Romeo”
Sai che litigavo spesso con lui
Juliet, quando facevamo l’amore tu piangevi
Dicevi “ti amo come le stelle nel cielo,
ti amerò fino alla morte”
c’è un posto per noi
conosci la canzone del film
quando capirai che fu solo il momento ad essere sbagliato
non posso non posso parlare come quelli che parlano in tv
e non posso fare una canzone d’amore nel modo in cui dovrebbe essere
non posso fare tutto, ma farei qualsiasi cosa per te
non so fare niente se non amarti
tutto ciò che faccio è sentire la tua mancanza e del modo in cui stavamo insieme
tutto ciò che faccio è tenere il ritmo e le cattive compagnie
tutto ciò che faccio è baciarti attraverso i versi di una poesia
Juliet farei scintille con te ogni volta
Juliet, quando facevamo l’amore tu piangevi
dicevi “ti amo come le stelle nel cielo. Ti amerò fino alla morte”
C’è un posto per noi, conosci la canzone del film
Quando capirai che fu solo il momento ad essere sbagliato?
Un romeo pazzo d’amore canta una serenata dalla strada
Lasciando tutti tristi per la canzone d’amore che ha scritto
Trova la luce giusta nella strada
qualche passo fuori dall’ombra
dice qualcosa del tipo “tu ed io, piccola, che ne dici?”