"Insinuare qualche scrupolo come un sassolino nella scarpa".

"Vedete, noi siamo qui , Probabilmente allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva. Noi qui siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà.Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.

martedì 28 ottobre 2008

Il mondo salvato dai ragazzini



Prof. Luigi Piccioni - Dipartimento di Università e Statistica, Università della Calabria -
L’altroieri scopro che Adriano Prosperi, illustre docente di storia moderna a Pisa, firma abbastanza abituale di “Repubblica” e persona abbastanza per bene rispetto alla media dei colleghi ha pubblicato sul quotidiano un lungo articolo dal titolo inusuale “Cosa dare agli studenti”. Siccome i giovani e gli studenti sono sempre l’ultimo dei pensieri dei docenti accademici la cosa mi incuriosisce e leggo l’articolo. Ne rimango piuttosto frastornato e per ventiquattro ore non riesco a darmi ragione di questo mio spiazzamento.
Prosperi dice in sostanza: una società senza un sistema di formazione pubblico va alla deriva. Questi stanno cercando di affondare in tutti i modi e per sempre la formazione pubblica in Italia. Genitori, docenti e studenti finalmente se ne accorgono e cominciano a far sentire la loro voce. Bene. Gli studenti sono in piazza e speriamo che ci restino. Ma gli altri? E, soprattutto: i docenti universitari? Beh, continua Prosperi, guardiamo a un libro recente che fa impressione, quello di Perotti sull’università italiana. Ha denunciato con numeri, nomi e cognomi come all’università si assumano solo i parenti e i portaborse, del tutto a prescindere dalle loro capacità. E non succede nulla: nessuno si offende, nessuno protesta, nessuno prende provvedimenti, niente di niente. Sconvolgente. Oggi, conclude Prosperi, questi ragazzi e queste ragazze al contrario del ‘68 cercano di coinvolgere i docenti, di ottenere la loro approvazione e il loro consenso. Sarebbe assolutamente salutare invece che si tenessero il più lontano possibile da costoro, indistintamente autori o quantomeno complici del fallimento generalizzato dell’università italiana e della sua corruzione.
L’articolo di Prosperi mi spiazza perché mescola alcune cose sacrosante e altre ambigue, ma soprattutto perché non ne capisco bene la logica: che sta dicendo, che vuol dire, tanto più che viene da un accademico e certo non di primo pelo?
Mi sembra ingenuo, ad esempio, quando si stupisce perché il libro di Perotti non susciti scandalo né reazioni né provvedimenti. Esso dentro l’università non suscita né scandalo né alcuna reazione apprezzabile
perché dice l’ovvio, ciò che tutti sanno benissimo perché è pane quotidiano e ragione di vita indistintamente di tutti, vittime e carnefici. Fuori non suscita scandalo perché gli accademici da un lato permeano le istituzioni, a partire dal parlamento, e sono in questo senso degli intoccabili, e dall’altro in quanto accademici non pesano più di tanto sulla vita politica e culturale del paese, non sono ingombranti né invasivi. Come ci spiegò Bourdieu ormai quaranta anni fa sono una “frazione dominata della classe dominante”: utile, pervasiva, ma che conta relativamente poco. E il grande pubblico gli universitari non li vede, non sa bene di cosa si tratti, a che servano; è difficile oltretutto immaginare per loro un qualche provvedimento draconiano “alla leghista” o “alla brunetta” che non serva a niente ma che però stimoli adeguatamente i succhi gastrici e l’immaginario neandertaliano dei più forcaioli. L’università italiana si involtola nella propria mediocrità intellettuale e morale grazie tanto a questa invisibilità pubblica quanto alla sua granitica collusione interna. Sono io che non capisco, a questo punto, come faccia uno bravo come Prosperi a non vedere tutto ciò. E penso allora che non lo dichiari apertamente solo per un residuo di carità di patria.
Ma il punto che mi spiazza di più è l’ultimo, questo dire ai ragazzi e alle ragazze in lotta: “non vi fidate di noi, non ci cercate”. Non capisco bene, mi sfugge la logica di tutto questo. Senza docenti la lotta non può riuscire; del disagio tra i docenti c’è. E allora?
Poi ieri capisco.
Vado all’assemblea di facoltà. Tanti studenti, tante studentesse. Diversissimi da quelli della Pantera. Entusiasti e perplessi. Gravati dal fardello della responsabilità e alla ricerca di una determinazione che sentono necessaria. Tanto consapevolmente - e con sensi di colpa e di frustrazione - “piccoli” quanto noi ci atteggiavamo ad essere “grandi”. Alla ricerca, effettivamente, di un nostro consenso e di un nostro aiuto. Nuovi, commoventi. Intervengono diversi docenti, anche anziani, esperti. Anche responsabili non da poco dello sfascio attuale. E’ curioso: non tentano di dare la linea, anche se forse qualche consiglio servirebbe. Non solo sono molto rispettosi e niente affatto paternalisti: chiedono, neanche tanto implicitamente, ai ragazzi di non impaurirsi di radicalizzare la lotta. Penso all’intervento che vorrei fare e tutto mi si chiarisce: ai ragazzi e alle ragazze stiamo chiedendo - noi minoranza di persone per bene e pensose del futuro della
formazione pubblica e delle sorti del paese - di tirarci la volata, di essere talmente tanti, determinati ed efficaci da consentirci di andare nei consigli di corso di laurea, di dipartimento, di facoltà a chiedere il blocco della didattica (che magari la stessa maggioranza dei docenti in cuor suo neanche vedrebbe di cattivo occhio) senza essere guardati come dei poveri scemi, patetici e poco “per bene”. Bambini - insomma - che insistono a mettersi sconsideratamente le dita nel naso nonostante abbiano raggiunto da tempo gli “anta”. Perché è questo appunto un altro frutto avvelenato della corruzione morale universitaria: chi si batte
per i propri diritti in modo trasparente e pubblico è considerato un minus habens, uno di cui vergognarsi, e non un cittadino esemplare come sarebbe d’uopo. Esattamente ciò che è successo tre anni fa nella flebile
battaglia contro la Moratti.
Quel che stiamo dicendo a questi poveri ragazzi e a queste povere ragazze è insomma: radicalizzate la lotta, vi seguiamo, perché noi da soli non possiamo nulla. Non siamo più capaci di nulla. E penso che a questo punto dovremmo riuscire a dirlo loro in modo chiaro: a loro e - ma questo è molto più difficile - a noi stessi.
Grazie dell'e-mail Santa.

giovedì 9 ottobre 2008

Poesia...e immaginazione.

NARRARE PER VIVERE.



“Capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre più spesso quando, in una compagnia, c’è chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze”. La verità delle parole che Walter Benjamin scrisse molti anni or sono è oggi ancor più drammatica: i mezzi tecnologici di comunicazione (TV, DVD, Internet…), con la loro magica forza di attrazione e seduzione, con il senso di potenza che dispiegano, si sono frapposti fra noi e gli altri, fra anziani e giovani, tra padri e figli, e ci hanno espropriato della magia semplice e pura della narrazione, quella magia espressa in modo commovente da Rubem Alves: “Io sono un narratore di storie. Ho scoperto di esserlo narrando storie per la mia bimbetta. Le storie si formano allo stesso modo in cui si forma una perla dentro all’ostrica. Ostriche felici non fanno perle. Occorre che un granello di sabbia entri nell’ostrica e raggiunga la sua carne molle. Il granello di sabbia rende l’ostrica infelice. Per liberarsi dal dolore provocato dal granello di sabbia, l’ostrica avvolge pazientemente l’aspro granello di una sostanza liscia, senza punte e rotonda: la perla. Le storie nascono allo stesso modo. Mia figlia è nata con il viso difettoso. E io le raccontavo storie per cambiare tale dolore in bellezza. Ma per far questo era necessario che io possedessi il potere dei maghi. Sì, le storie sono riti magici…”. Parola magica quant’altre mai è abracadabra. Essa è una corruzione dell’espressione ebraica abarà wedebarà che significa: “mentre parlo creo”. Narrare è opera di creazione. Dio ha creato il mondo con la parola. Potremmo dire: in principio era il racconto. Biblicamente, Dio è un narratore, prima che “l’essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra”. In effetti, la forma biblica della fede è la narrazione, non l’espressione dogmatica, astratta e filosofica, per quanto nobile. Gesù è il non-teologo: egli narra Dio con parabole, cioè narrando storie di pescatori e massaie, di contadini e di re partiti per un lungo viaggio. La narrazione non impone, ma offre; impegna il narratore che diviene un testimone vivente di ciò che narra; rende partecipi gli ascoltatori e li prende per mano per far vivere anche a loro la sua storia; crea ordine nel disordine della nostre vite; ci aiuta a umanizzarci e ad assumere la nostra vita. Le storie insegnano che le nostre vite possono avere una trama e un senso.

Luciano Manicardi, monaco di Bose.

Tratto da Kefas n°20 luglio - agosto


giovedì 2 ottobre 2008

Coincidenze, ovvero le gioie dei poveri .


Quella notte ero salito su di un vagone di seconda classe.
Con i pochi viaggiatori che imbarcava e con i tanti scompartimenti vuoti a disposizione, quel treno per Roma era molto comodo per me, soprattutto quando, non avendo avuto tempo per prepararmi di giorno, ero costretto a studiare di notte.
Quella volta, poi, ero particolarmente preoccupato. La mattina seguente avrei dovuto tenere la relazione di fondo in un convegno importante, e contavo proprio su quelle otto ore di viaggio per organizzare il mio discorso.
Mi ero già sistemato in uno scompartimento vuoto e avevo appena tirato le tendine, dopo aver sparpagliato sui sedili libri e riviste, quando sentii scorrere il portello, ed un signore sulla trentina mi chiese con un sorriso: "Scusi, lei non è il Vescovo di Molfetta?".
Non feci in tempo ad accennargli di si, che replicò soddisfatto: "Che bella fortuna! Ora vengo qui da lei e cosi, chiacchierando, la notte passerà in un baleno". Pensavo che la freddezza con cui mostrai di accogliere la sua proposta lo avrebbe scoraggiato. Ma quello, nonostante il fastidio che mi si leggeva chiarissimo in faccia, dopo qualche minuto fece irruzione nel mio rifugio con due pesanti valigie, e io fui costretto a ritirare gli appunti sparsi qua e la sui sedili di velluto, in attesa, speravo, che il mio importuno interlocutore si potesse addormentare. Attacco subito il discorso, dopo essersi seduto difronte a me. Parlava a ruota libera e, benché, io gli replicassi con monosillabi amari, dilagava come un fiume in piena.
Mi disse che era un marittimo, e che andava a raggiungere la sua nave ancorata a Livorno. Era scappato a casa per due giorni, poiché la più grande delle sue bambine aveva fatto la prima comunione. Mi fece vedere le foto di famiglia, mi spiava l'espressione del viso, e pretese il mio giudizio perfino sulla bellezza di sua moglie. Mi confidò che le voleva un bene da morire, che quando poteva le telefonava ogni sera, anche dall'Australia, e che, nonostante le mille seduzioni di tutte le città portuali del mondo, non l'aveva mai tradita. Chiusi i libri e mi misi ad ascoltarlo: cominciava ad interessarmi. Non aveva certo un'aria bigotta. Parlava con incredibile naturalezza di donne, di attrici, di moda, di calcio, di politica, di musica rock… passando da un argomento all'altro senza forzature con una straordinaria carica di simpatia. Crepitavano nelle sue parole sarmenti di antichi focolari. Mi disse che amava la vita. Che l'unico rimpianto era quello di aver scelto un mestiere cosi triste che lo teneva otto mesi su dodici lontano dalla famiglia. Ma che doveva ancora continuare per qualche anno, se il Signore gli dava salute, perché si era comprato un appartamento delle case popolari e doveva finire di pagarlo. Che anzi aveva intenzione di acquistare un campicello per camparsi la vita. Che lui non ci teneva ad arricchirsi dopo che aveva visto la miseria dell'Africa sui cui porti sbarcava spesso con la nave. E che la ricchezza più grande è la salute. E che non c'è nessuna cosa al mondo che possa darti tanta gioia quanto l'amore della tua donna, la buona riuscita dei figli, e una partita a carte in casa con gli amici nelle sere d'inverno. Il treno cadenzava i ritmi del mio interlocutore, e io mi andavo chiedendo se il soprassalto di tenerezza che provavo nell'ascoltarlo derivava dal ridestarsi di archetipi sepolti ormai nella mia coscienza, oppure dalla sorpresa di trovarmi difronte ad un rarissimo esemplare scampato al cataclisma dei consumi, oppure alla constatazione che nel mondo c'è ancora una economia sommersa di bontà più estesa di quel che pensi.
Vibrava nelle sue espressioni la gioia di vivere. Ogni frase grondava di allusioni a ineffabili letizie di povera gente: l'attesa di sagre paesane straripanti d'incontri, l'incanto di vigilie natalizie popolate di parentele, la fitta trama di rapporti umani profumati di solidarietà. Parlando dei suoi sacrifici, faceva spesso dell'auto ironia scoppiando a ridere, e gli occhi gli brillavano, di commozione o di fierezza, quando raccontava della premura giornaliera con cui sua moglie assisteva una anziana vicina di casa. Ero letteralmente assorto nell'ascolto di quel compagno di viaggio, che mi aiutava a scoprire, nei sotterranei del mio essere, piccole gioie antiche che avevo rimosso da tempo: sapori verginali di intimità casalinghe, misteri di brividi nuziali che ti legano alle cose, freschezza di abbandoni all'ala fragile dell'amicizia. Mi andavo chiedendo quale fosse il segreto di quell'esistenza umanamente così armonica, quando, all'improvviso, mi rivelò: "Io leggo ogni giorno il Vangelo! Lo faccio sempre ogniqualvolta, durante la navigazione, ho un momento di libertà". Non dovetti mostrare di prendere sul serio la sua dichiarazione perché aggiunse: "Vedo che non crede molto a ciò che le ho detto". E si alzò a prendere una valigia che depose pesantemente sulla poltrona. La spalancò ed in cima alla biancheria, fermato dalla cinghietta, scorsi "Il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo". Me lo porse e io, invece che alla prima, lo sfogliai per caso all'ultima pagina, su cui, scritte in matita, lessi queste annotazioni: "Finito di leggere la prima volta il 3 Ottobre 1980 presso lo stretto di Gibilterra… finito di leggere la seconda volta nella baia di Sidney… finito di leggere la quinta volta…". Chi sa per quale suggestione, mi vennero in mente le parole della Gaudium et Spes: Le gioie degli uomini d'oggi…dei poveri soprattutto, e di coloro che soffrono… sono le gioie dei discepoli di Cristo. Il Vangelo mi rimase chiuso su quell'ultima pagina. Ma dovetti richiuderlo subito: ero giunto a Roma. Anzi, molto più in la di Roma. Ero giunto in quell'arcana stazione dello spirito, dove il treno delle gioie dei poveri e il treno delle gioie dei discepoli di Gesù facevano coincidenza. O meglio coincidevano. Formando lo stesso convoglio verso l'unica direzione del Regno.
P.S. la conferenza andò benissimo. Non mi ero mai preparato così!
don Tonino Bello
(tratto da "Scrivo a voi… lettere di un Vescovo ai catechisti ", pagg 82-84)

martedì 16 settembre 2008

Ragazzi...

Ragazzi qui da Bari è un po' complicato connettersi ad internet, spero che entro ottobre o nei primi giorni di ottobre cambi qualcosa...nel frattempo spero di vedervi tutti sabato pomeriggio per il meeting...Qui vi metto il link....